A Melendugno un appuntamento da non perdere: la Focara di San Niceta del Terremoto

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Le fredde notti di inverno del Salento sono illuminate e riscaldate da una scia di fuochi, le Focare, simboli  della devozione popolare per festeggiare il santo protettore del paese .

Dieci giorni dopo la famosa Focara di Novoli, il falò fatto con i tralci della vite, si accende a Melendugno la Focara di San Niceta del Terremoto, sabato 27 gennaio, costruita con i rami secchi degli ulivi secolari appena potati.

San Niceta, il patrono di Melendugno, si festeggia due volte l’anno, intorno all’anno mille  i monaci provenienti da Oriente importarono il suo culto, come possiamo vedere negli affreschi conservati nell’antica abbazia fuori dall’abitato.

Niceta, il cui nome viene dal greco e significa vittorioso, nacque sotto l’impero di Costantino e crebbe nella fede cristiana nella regione dei Goti, al di là del Danubio, era un soldato e fu incarcerato e perseguitato per la sua religione, sottoposto a numerosi tormenti e infine arso vivo, ma il suo corpo restò intatto.

Ecco perché il 27 gennaio di ogni anno si accende il grandioso falò nello spazio antistante l’Abbazia di San Niceta, il Goto, per ricordare il suo martirio. La festa in suo onore comincia con la messa pomeridiana nella parrocchia intitolata a Maria Ss. Assunta, da lì parte processione, accompagnata dalla banda musicale di Sogliano, per raggiungere la “fanova”: il parroco benedice l’alta catasta di fascine e dà fuoco. A questo punto, mentre il fuoco comincia a serpeggiare, parte uno spettacolo di fuochi d’artificio di grande bellezza e fantasia.

L’odore del legno che brucia si fonde con il profumo delle gustose “pittule” che le cuoche friggono nei grandi pentoloni di olio bollente , al vociare dei venditori di dolci, frutta secca e di giocattoli per i bambini.

Ma perché San Niceta del Terremoto ?
Narra la storia locale che il 20 febbraio 1743 gli abitanti di Melendugno videro tramontare il sole dietro le pietrose campagne delle Serre, mentre un’aria pesante di colore scuro  incombeva sull’abitato.

I contadini osservarono impressionati e decisero di far ritorno dai campi al più presto per rifugiarsi nelle loro case sicure .
Verso mezzanotte, di colpo, cadde sull’abitato  un  grande silenzio rotto solo dallo starnazzare degli animali del cortile e delle stalle dove le bestie cercavano di liberarsi dalle corde che li legavano per uscire all’aperto insieme a cani e gatti terrorizzati.

All’improvviso un violento tremore scosse la terra; le case scricchiolavano e la popolazione corse fuori dalle case dirigendosi verso i campi , ma un’altra terribile scossa li fece cadere  bocconi per terra e chiedere aiuto alzando gli occhi i al cielo. Una terza scossa provocò un boato infernale terrorizzando ancor più la popolazione.

Qualcuno, allora, vide una pia donna che, lasciandosi dietro, lungo la strada, briciole di pane benedetto, si dirigeva verso la chiesa per pregare  San Niceta, il protettore. Improvvisamente, si udí un rumore di zoccoli, quasi un galoppo, sempre piú vicino, sulle tracce lasciate dalla donna con le briciole di pane. Nei pressi del sagrato, al buio, si distinse il profilo di un cavaliere che, tirando forte il morso al cavallo scalpitante, sguainò la spada e la posò sul capo della donna, che pregava e piangeva.


Subito dopo, spronato energicamente il destriero, il cavaliere s’allontanò nella notte.
La buona donna, baciando il cielo e la terra, levò canti di lode al santo patrono Niceta, che aveva salvato il paese dal terremoto. Poi andò a trovare i compaesani fuggiti nelle campagne per narrare loro l’accaduto.

Quasi nessuno volle prestar fede alle parole della donna. Si narra, però, che la poveretta visse per altri tre anni, durante i quali gli abitanti di Melendugno, puntualmente a mezzanotte tra il 19 e il 20 di febbraio, avrebbero udito il galoppo d’un cavallo per le vie del paese.

Nel 1882 un avambraccio del Santo fu donato dalla Curia Vescovile di Venezia ai Melendugnesi che, a memoria del miracolo del terremoto, espressero fermo desiderio di conservare presso la chiesa Madre la reliquia del Santo tanto venerato ed amato. Il resto del corpo si trova a Venezia nella chiesa di San Niccolò dei Mendicali o dei Mendicanti, situato nel sestiere di Dorsoduro.

Annamaria Demartini  ha partecipato al 51mo educational progettato e organizzato dalla dottoressa Carmen Mancarella, direttrice responsabile del giornale Spiagge (www.mediterraneantourism.it) insieme ai colleghi  italiani, francesi e italo tedeschi provenienti da Milano, Roma, Vicenza, Parigi, Lione e Berlino, che  sono stati ospiti del Comune di Melendugno grazie al Bando Ospitalità della Regione.


Il Comune di Melendugno ha infatti partecipato e vinto un Bando della Regione Puglia, Assessorato alle Industrie Turistiche, per realizzare un educational tour, nell’ambito del Programma operativo Regionale FESR-FSE 2014-20120, Asse VI, Azione 6.8.

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